Mauro Bordin : il futuro della giovane pittura italiana non è il vuoto
di Renato Valerio (1999)

(estratti)

[…] Questi suoi mondi, sono dipinti con straordinarie variazione ritmiche così penetranti, che ci rivelano la mutabilità degli aspetti della vita, dei loro accadimenti connotati dalla natura dei propri umori, delle loro sensazioni e del pulsare che le anima. Ed è proprio in questo territorio, che emerge la grande lezione del passato che Mauro ha fatto propria : nello scrivere con la sua pittura, egli sembra far intrecciare su di uno stesso crinale esplicativo e in simultaneità, i valori attestati dalla intensificazione contemplata nell'azione di “fermare l'istante dentro” attraverso la concezione impressionista, che voleva il colore quale mezzo per “affermare il vero” - e dall'altra - il punto di vista dell' espressionismo, secondo cui, come delucidato da Chaime Soutine “... non esiste una realtà esteriore da riprodurre fedelmente”, che in pratica, chiama in causa e coinvolge di più, l'emozione immediata e dell'agire di più valenze (stati d'animo, ansie, gioie, dolori, pensieri, riflessioni) che vengono rivelati dentro tutta la formulazione della scrittura pittorica globale, e che non sono pertinenti alla realtà esteriore. Ed è proprio a cavallo di questo crinale (tra le lezioni dell'impressionismo e dell'espressionismo) che si sta congetturando il discorso artistico di questo nuovo talento della giovane pittura italiana. La risultanza del suo operare, produce due indirizzi di pensiero diversi e diversificati – propri e distintivi – come i concetti espressi sia nell'idea impressionista che in quella espressionista – esperienze che fondendosi nel suo lavoro, promuovono una sorta di compenetrazione di valori, che sono un po' la sommatoria fra i due concetti.

[…] Sono, questi suoi elementi (stanze, alberi e distese marine) luoghi intensamente vissuti e amati, che non sono stati presi in considerazione soltanto come pretesto pittorico fini a se stessi, ma sono anche concepiti come la “visione del mondo”. Ad ogni frammento di interno di una stanza, di un albero o di un mare, che si compongono di impulsi formali e strutturali pittorici, si vanno ad aggiungere altrettanti motivi e ragioni di ordine artistico ed estetico – e quindi – poetici e umani, che sono appunto i valori peculiari che distinguono e conferiscono a queste creazioni, la pienezza del loro pathos. Tutto questo relazionarsi, avviene con il sostegno di una azione ricognitiva dentro la storia della pittura e dell'uomo, che si avvale e si nutre, di una diligente opera di ricerca e di quella dose di irrinunciabile spiritualità e di catarsi, che contribuiscono a concorrere, alla corale unità e compiutezza della vita delle forme, che Bordin, chiama e crea a protagoniste nella sua vicenda artistica personale. Per questo artista veneto – in definitiva – le sue stanze, i suoi alberi, le sue marine, sono “frammenti di visione di un intero universo”.

Il fervore delle immagini
di Giorgio Seveso (2001)

(estratti)

[…] Nel groviglio delle pennellate che vengono scavandosi un loro itinerario, tanto torbido quanto lancinante e persuasivo, fatto dei più accesi rimandi espressionistici, si dipanano in queste tele le ragioni di uno sguardo preciso e impietoso che ha la straodinaria coerenza e – diciamolo pure in tempi come questi di così trionfanti e totalitarie neoavanguardie – l'insolito coraggio di essere fino in fondo e irrimediabilmente uno sguardo figurativo. Cioè uno sguardo che, pur nella sua lancin ante ricerca di individualità si pone senza esitazioni nella continuità di una tradizione pittorica precisa, quella appunto di un solco di espressionismo europeo che procedendo dai Permeke e dai Soutine può arrivare fino ai Giacometti e ai Varlin.

[…] Se Bordin vede un'onda, insomma, o le pieghe e i rigonfi disfatti di un lenzuolo, o la scoscesa maestosità di un monte di pietra e di ombre profonde, è solo la loro apparenza letterale che egli ne coglie dalla memoria o dagli occhi. L'istinto, subito, ne viene introiettando le tracce e la trama, ne assorbe l'essenza, ne assimila la struttura scarnificata fino alle sue interiorità molecolari più sepolte, per poi restituirle sulla tela con una sorta di robusta, solida, esplosiva metabolizzazione. Non è più dunque, una montagna, un letto sfatto, un' onda di tempesta che vediamo. Non è più – meglio – solo quel modello, posto sotto all'immagine come una sinopia a ricrearne pittoricamente la dimensione fisica. È invece – e in più – la sua impronta lirica, profondamente trasformata, profondamente transustanziata, tirata all'estremo limite dei suoi significati, della sua presenza come dato poetico autonomo, monade lirica sulla quale s'impernia, cresce e si riassume la commozione dell'autore.

Parole sulla pittura
Intervista realizzata a Parigi il 26 e 27 febbraio 2005
Da Philippe Villaume e Pascal Bordenave
Traduzione dal francese di Lorita Addabbo

(estratti)

P. B.: Mauro, l'anno 1998-99 è l'anno della rottura...Decidi di “abbattere” i muri della tua stanza e di esplorare i paesaggi. O meglio, degli elementi precisi del paesaggio, come il mare, la montagna, l'albero. Perché questo cambiamento?
M. B.: Per cinque anni mi sono dedicato esclusivamente alle camere da letto, e sentivo di avere esplorato a sufficienza questa tematica. Ho voluto dunque effettuare un cambiamento importante, abbandonando un soggetto abbastanza strutturato dal punto di vista della prospettiva e dell'approccio all'elemento spaziale, per dedicarmi a soggetti naturali, tradizionali, in cui la prospettiva si riduce ad una struttura binaria: soggetto/sfondo. Ho messo da parte l'uomo per concentrarmi sugli elementi della natura che lo hanno ispirato. Mi ha molto affascinato lavorare su questi soggetti in quanto essi si ritrovano in tutte le civiltà, a partire dalle più antiche, con una valenza simbolica analoga. La montagna, per esempio, è legata all'idea dell'incontro fra l'uomo e Dio; essa è presente nella Bibbia, certamente, ma mi fa pensare anche alle piramidi egizie, al monte Fuji in Giappone, ai Maya...Tutti i popoli hanno delle montagne sacre, o delle costruzioni che riproducono la forma della montagna. Luoghi in cui gli eremiti si ritirano per incontrare Dio, per raggiungere la saggezza.

P. B.: L'albero, la montagna...c'è un ripetersi di elementi verticali: attribuisci loro un significato preciso?
M. B.: Delle mie “montagne” e dei miei alberi mostro solo la cima, il punto in cui il cielo e la terra si incontrano. Quello che volevo evidenziare in questa serie di quadri è il conflitto fra la nostra dimensione terrena, materiale, e il bisogno di trascendenza, di spiritualità, e trovo che l'elemento verticale sia adeguato al soggetto.

P. B.: Fra i tuoi quadri, “Cielo stellato” mi sembra uno dei più radicali, in quanto è quello che maggiormente si allontana dai punti di riferimento della rappresentazione. Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a realizzare questo notturno, e qual è il tuo legame con la tradizione del notturno nell'arte? C'è forse qualche relazione con il manierismo a cui fai spesso riferimento?
M. B.: Il manierismo, e in particolare gli artisti Veneti, come Tiziano e Tintoretto, che ho studiato a lungo, è sempre stato per me un punto di riferimento. Uno degli elementi più interessanti del manierismo è, secondo me, la messa in scena teatrale, che permette all'osservatore di essere “inserito” nel quadro; principio, quest'ultimo, al quale mi sono sempre ispirato.
Per quanto riguarda “Cielo stellato”, l'ho realizzato con il preciso intento di creare un'opera “contemplativa”, nella quale ci si possa perdere.

P. B.: In generale, quali rapporti mantieni con la tradizione pittorica e con i diversi generi?
M. B. : E' un legame di affetto, di riconoscenza. Credo che sia sempre una sfida attraente quella di confrontarsi con i grandi artisti, e in un certo senso ognuno lo fa a modo suo. Non mi sono avvicinato ai diversi generi per seguire la strada di altri artisti, ma solo perché s'inseriva nel mio percorso. Sono molti gli artisti dai quali ho tratto insegnamenti, alcuni del passato, come Tintoretto e Tiziano che ho già citato, ma anche Goya e Rembrandt. Fra i pittori del ventesimo secolo potrei citare invece Soutine, Sironi, Kiefer… Soutine, in particolare, è sicuramente il pittore del novecento che preferisco.

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